
Immagine di Mehr News Agency, con licenza CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.
Le relazioni tra Iran e Arabia Saudita sono una delle linee centrali della politica mediorientale contemporanea. Mettono di fronte una repubblica islamica rivoluzionaria, a maggioranza sciita, e una monarchia sunnita che amministra i luoghi santi della Mecca e di Medina. Questa differenza religiosa pesa sul linguaggio della rivalità senza bastare a spiegare il rapporto. La disputa combina sicurezza del Golfo, petrolio, legittimità islamica, guerre civili e timore reciproco di sovversione interna.
Il rapporto bilaterale ha alternato cooperazione, rottura e accomodamento. Prima del 1979, i due Paesi erano monarchie conservatrici, esportatrici di petrolio e utili alla strategia degli Stati Uniti nel Golfo. Dopo la Rivoluzione iraniana, la relazione cambiò natura: Teheran presentò la Repubblica islamica come un modello di mobilitazione contro la tirannia, l’imperialismo e le monarchie considerate illegittime. Riad, da parte sua, trattò l’esportazione rivoluzionaria iraniana come una minaccia politica, religiosa e di sicurezza. Da allora la rivalità ha assunto raramente la forma di una guerra diretta. Si è espressa soprattutto quando i due governi hanno costruito allineamenti, finanziato alleati, conteso influenza ideologica e sostenuto attori locali, dall’Iraq al Levante e dal Golfo allo Yemen.
Sintesi
- Iran e Arabia Saudita competono per la leadership regionale, l’influenza islamica, la sicurezza del Golfo e la capacità di condizionare i conflitti nei Paesi vicini.
- La Rivoluzione iraniana del 1979 trasformò una relazione difficile e gestibile in una rivalità ideologica e strategica.
- Il petrolio, l’OPEC e l’OPEC+ collegano la disputa bilaterale all’economia mondiale, perché Riad e Teheran hanno posizioni diverse su produzione, prezzi e sanzioni.
- Il ripristino delle relazioni diplomatiche nel 2023, con mediazione cinese, ha ridotto alcuni canali di escalation senza eliminare le dispute nello Yemen, nel Levante, in Iraq, nel programma nucleare iraniano e nella sicurezza marittima.
- La rivalità si comprende meglio come competizione regionale flessibile: la religione offre linguaggio e reti, ma gli interessi statali, la sicurezza e il potere spiegano la continuità dello scontro.
Le basi di una relazione difficile
Iran e Arabia Saudita si riconobbero diplomaticamente nel 1929, quando il regno saudita era in fase di consolidamento e la dinastia Pahlavi cercava di centralizzare lo Stato iraniano. La relazione iniziò in un contesto di diffidenza religiosa, gestione del pellegrinaggio e frontiere politiche fragili. Nel 1944 l’esecuzione di un pellegrino iraniano in territorio saudita spinse Teheran a rompere le relazioni; la normalizzazione arrivò nel 1946. Quell’episodio anticipò una tensione permanente: amministrare il pellegrinaggio annuale alla Mecca significava gestire insieme sicurezza, legittimità religiosa e prestigio politico.
Durante la Guerra fredda, la rivalità coesistette con interessi comuni. L’Iran dello scià Mohammad Reza Pahlavi e l’Arabia Saudita erano monarchie anticomuniste, vicine agli Stati Uniti e diffidenti verso il nazionalismo arabo radicale. La dottrina Nixon, formulata alla fine degli anni Sessanta, trattò i due Paesi come pilastri della sicurezza del Golfo dopo il ritiro britannico dalle posizioni a est di Suez. La cooperazione, tuttavia, non cancellava la competizione. L’Iran aveva ambizione militare e memoria imperiale; l’Arabia Saudita aveva centralità religiosa, riserve petrolifere enormi e un peso crescente nelle istituzioni arabe e islamiche.
La creazione dell’OPEC nel 1960 mostrò questa doppia logica. Iran e Arabia Saudita cooperarono con altri produttori per ampliare la sovranità sul petrolio e negoziare meglio con le compagnie internazionali. Allo stesso tempo, divergevano sul ritmo della produzione e sul livello dei prezzi. Riad poteva agire come produttore di equilibrio, aumentando o riducendo l’offerta per stabilizzare il mercato e preservare l’influenza sui consumatori occidentali. Teheran, in particolare sotto lo scià, cercava prezzi più alti per finanziare industrializzazione e potenza militare. La politica petrolifera non era una questione meramente economica: contribuiva a definire gerarchie regionali e margini di autonomia internazionale.
Il 1979 e la trasformazione della rivalità
La Rivoluzione iraniana fu il punto di svolta. Il nuovo regime guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciò una monarchia filo-occidentale e presentò la Repubblica islamica come modello di mobilitazione contro la tirannia, l’imperialismo e le monarchie considerate illegittime. Per Riad, la minaccia non era solo militare. La leadership saudita temeva che il linguaggio rivoluzionario iraniano raggiungesse le minoranze sciite del Golfo, contestasse la legittimità della casa dei Saud e trasformasse il pellegrinaggio in un palcoscenico di protesta politica.
La guerra Iran-Iraq, iniziata nel 1980, rese stabile la divisione. L’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo sostennero l’Iraq di Saddam Hussein con finanziamenti e copertura politica, pur senza fidarsi pienamente di Baghdad. L’obiettivo era impedire che la rivoluzione iraniana si espandesse. Teheran, a sua volta, interpretò il sostegno saudita come prova che Riad difendeva un ordine regionale dipendente da Washington e ostile a qualsiasi autonomia rivoluzionaria. Colpendo terminal, petroliere e decisioni di produzione, la guerra collegò la rivalità bilaterale alla sicurezza marittima e ai prezzi internazionali.
L’episodio più traumatico fu il pellegrinaggio del 1987. Gli scontri tra pellegrini iraniani e forze saudite alla Mecca provocarono centinaia di morti e portarono a una rottura diplomatica nel 1988. Per Teheran, la repressione dimostrava che Riad non poteva rivendicare legittimità sui luoghi santi senza rendere conto al mondo islamico. Per Riad, la mobilitazione iraniana violava la natura religiosa del pellegrinaggio e minacciava l’ordine interno saudita. In quel contesto il conflitto religioso funzionava come linguaggio di una disputa politica su autorità islamica, sicurezza dei luoghi santi e contestazione dei regimi del Golfo.
Distensione negli anni Novanta
La morte di Khomeini, la fine della guerra Iran-Iraq e l’invasione irachena del Kuwait crearono spazio per l’accomodamento. Il presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani cercò ricostruzione economica e riduzione dell’isolamento regionale. L’Arabia Saudita, scossa dall’occupazione del Kuwait nel 1990, comprese che l’Iraq poteva minacciare direttamente le monarchie del Golfo. Gli anni Novanta aprirono così una finestra pragmatica: Teheran aveva bisogno di commercio e investimenti. Riad, da parte sua, voleva ridurre le tensioni dopo una guerra regionale che aveva mostrato i costi dell’insicurezza permanente.
Il riavvicinamento avanzò con Mohammad Khatami, presidente iraniano tra il 1997 e il 2005. Le visite ufficiali, gli accordi di cooperazione e una migliore gestione del pellegrinaggio diedero consistenza istituzionale alla distensione. Nel 1998 i due Paesi firmarono un ampio accordo di cooperazione; nel 2001 conclusero un accordo di sicurezza. Senza risolvere la disputa per la leadership regionale, questi strumenti dimostrarono che i canali diplomatici potevano ridurre il rischio quando entrambe le parti vedevano un vantaggio nella moderazione.
Il limite di questa fase era nella struttura regionale. L’Arabia Saudita restava legata alla presenza militare americana nel Golfo, in particolare dopo la guerra del Golfo del 1991. L’Iran continuava a cercare autonomia strategica, capacità missilistiche e influenza su attori non statali. Anche quando presidenti e ministri si scambiavano visite, le élite della sicurezza dei due Paesi conservavano una lettura sospettosa dell’altra parte. La distensione era reale; dipendeva da un ambiente in cui nessun conflitto regionale imponesse una scelta netta tra accomodamento e competizione.
Iraq, Levante e guerre per procura
L’invasione americana dell’Iraq nel 2003 alterò profondamente l’equilibrio regionale. La caduta di Saddam Hussein eliminò un nemico strategico dell’Iran e aprì spazio a partiti sciiti iracheni vicini a Teheran. Per l’Arabia Saudita, la trasformazione dell’Iraq in arena di influenza iraniana fu uno shock. Riad temeva che un arco di potere iraniano attraversasse l’Iraq e raggiungesse Siria e Libano, collegando istituzioni statali, reti partitiche e milizie. L’espressione «mezzaluna sciita», pur semplificando, colse la percezione saudita di un accerchiamento strategico.
In Libano, Hezbollah divenne l’esempio più visibile della capacità iraniana di unire ideologia, organizzazione armata e partecipazione politica. Per Teheran, il gruppo era parte della resistenza contro Israele e uno strumento di deterrenza. Per Riad, rappresentava penetrazione iraniana in un Paese arabo, indebolimento dello Stato libanese e minaccia all’influenza saudita presso le comunità sunnite. Nella questione palestinese, il sostegno iraniano a gruppi armati mostrò che una repubblica persiana e sciita poteva contendere legittimità in una causa araba e a maggioranza sunnita.
Le rivolte arabe del 2011 ampliarono la competizione. In Bahrein, l’Arabia Saudita guidò un intervento del Consiglio di cooperazione del Golfo per sostenere la monarchia di fronte a proteste con forte partecipazione sciita. Teheran denunciò repressione e discriminazione. Riad vide il rischio di un’apertura strategica iraniana in un’isola legata alla sicurezza saudita. In Siria, la logica si invertì: l’Iran sostenne Bashar al-Assad, alleato centrale fin dalla guerra Iran-Iraq, e l’Arabia Saudita sostenne diverse forze dell’opposizione. La guerra civile siriana trasformò la rivalità in una disputa per la sopravvivenza di regimi alleati, rotte di armamenti, credibilità strategica e posizione verso Israele.
Lo Yemen divenne l’arena più costosa per Riad. Il movimento houthi, radicato nello zaidismo del nord yemenita, non nacque come semplice braccio iraniano. Tuttavia, la guerra dopo il 2014 avvicinò gli houthi a Teheran e diede all’Iran un modo poco costoso per esercitare pressione sulla frontiera meridionale saudita. L’intervento guidato dall’Arabia Saudita nel 2015 cercò di restaurare il governo riconosciuto internazionalmente e di impedire che lo Yemen diventasse una piattaforma ostile. Il risultato fu una guerra umanitaria devastante, attacchi con missili e droni contro il territorio saudita e uno stallo che mostrò i limiti della potenza militare convenzionale contro attori locali resilienti.
Rottura del 2016 e ritorno del 2023
La rottura diplomatica del 2016 avvenne dopo l’esecuzione del religioso sciita saudita Nimr al-Nimr, critico della monarchia e figura simbolica per settori sciiti. Alcuni manifestanti attaccarono missioni saudite in Iran e Riad interruppe le relazioni. L’episodio condensò conflitti di sicurezza interna, mobilitazione religiosa e competizione regionale durante le guerre in Siria e Yemen. Negli anni successivi, gli attacchi contro installazioni petrolifere saudite, le tensioni nello Stretto di Hormuz e l’uscita americana dall’accordo nucleare iraniano aggravarono la percezione di vulnerabilità.
Il ripristino delle relazioni nel 2023 derivò da un calcolo pragmatico. Iraq e Oman avevano facilitato colloqui preliminari. La Cina, divenuta grande acquirente di petrolio saudita e iraniano e interessata a presentarsi come mediatrice, ospitò la fase finale a Pechino. L’accordo annunciò la riapertura delle ambasciate, la ripresa dei contatti diplomatici e l’intenzione di riattivare precedenti accordi di cooperazione e sicurezza. Per Riad, la distensione riduceva il rischio di attacchi e aiutava a concentrare risorse sull’agenda economica di Vision 2030; per Teheran, diminuiva l’isolamento regionale in un contesto di sanzioni, proteste interne e tensione nucleare.
La mediazione cinese non sostituì gli Stati Uniti come garante militare del Golfo; indicò un cambiamento rilevante. Riad mostrò la volontà di diversificare i partner e separare le relazioni economiche con la Cina dall’alleanza di sicurezza con Washington. Teheran ottenne un canale regionale senza accettare concessioni nucleari immediate. Pechino, a sua volta, proiettò influenza diplomatica in una regione vitale per il suo approvvigionamento energetico. La normalizzazione fu meno una riconciliazione strategica che un accordo per ridurre i danni.
Petrolio, sicurezza e grandi potenze
Il petrolio resta al centro della relazione. L’Arabia Saudita è l’attore decisivo dell’OPEC e il principale produttore capace di adeguare rapidamente l’offerta. L’Iran possiede grandi riserve e subisce restrizioni dovute a sanzioni, difficoltà di investimento e limiti all’esportazione. Quando le sanzioni riducono la presenza iraniana sul mercato, Riad guadagna margine produttivo e influenza. Quando i negoziati nucleari promettono di reintegrare barili iraniani, il calcolo saudita cambia. La rivalità entra così nel calcolo di consumatori, inflazione, bilanci pubblici e sicurezza energetica.
La sicurezza marittima rafforza questa interdipendenza conflittuale. Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz concentrano flussi essenziali di petrolio e gas. L’Iran può minacciare la navigazione, usare missili e sostenere attori capaci di aumentare i costi del trasporto. L’Arabia Saudita dipende da rotte sicure, infrastrutture vulnerabili e protezione aerea. Per questo gli attacchi contro petroliere o installazioni petrolifere incidono subito sulla percezione del rischio regionale e globale.
Le grandi potenze entrano attraverso questo corridoio. Gli Stati Uniti restano l’attore militare esterno più rilevante per la sicurezza saudita, anche se la fiducia in Washington oscilla secondo guerre, alternanze presidenziali e crescente attenzione americana all’Indo-Pacifico. La politica estera della Cina agisce in altro modo: Pechino compra energia, vende tecnologia, evita alleanze militari rigide e cerca una stabilità sufficiente per il commercio. La Russia coopera con Riad nell’OPEC+ e con Teheran in agende militari e diplomatiche, in particolare dopo la guerra in Ucraina. Nessuna potenza esterna controlla la rivalità; ognuna cerca di amministrarla secondo i propri interessi.
Perché la distensione resta fragile
La distensione iniziata nel 2023 ha ridotto il rischio di escalation involontaria, senza cancellare le cause della competizione. Nello Yemen, la tregua relativa ha diminuito gli attacchi contro l’Arabia Saudita, anche se il futuro politico del Paese resta incerto. In Libano, il peso di Hezbollah continua a essere un punto di attrito. In Siria, la reintegrazione regionale di Bashar al-Assad non ha eliminato la presenza iraniana né risolto la frammentazione dello Stato. In Iraq, i governi tentano di bilanciare pressioni esterne e gruppi armati locali. In ogni arena gli attori nazionali hanno interessi propri; per questo non obbediscono meccanicamente all’Iran o all’Arabia Saudita.
Il programma nucleare iraniano è un altro limite. L’Arabia Saudita teme che un Iran nucleare, o quasi nucleare, alteri l’equilibrio regionale e spinga altri Paesi a cercare capacità simili. Teheran afferma che il suo programma ha fini pacifici e presenta la deterrenza come risposta alle minacce israeliane e americane. Il problema è che la fiducia bilaterale resta bassa. Anche in un clima di buon vicinato, installazioni nucleari, missili, droni e difesa aerea mantengono la competizione sul piano strategico.
La guerra a Gaza dal 2023 ha complicato la normalizzazione regionale. Prima del conflitto, la possibilità di un avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, con mediazione americana, pesava sul calcolo iraniano. Dopo l’inizio della guerra, Riad ha dovuto bilanciare la condanna della devastazione a Gaza, la difesa della causa palestinese e l’interesse per un’architettura regionale più stabile. L’Iran, a sua volta, ha valorizzato il proprio asse di alleati, calibrando l’escalation per evitare una guerra regionale diretta. In questo scenario, la rivalità saudita-iraniana incrocia il conflitto israelo-palestinese, la politica americana e la legittimità interna dei governi arabi.
Che cosa rivela la relazione sul Medio Oriente
Le relazioni tra Iran e Arabia Saudita mostrano che il Medio Oriente non funziona solo attraverso divisioni settarie né esclusivamente attraverso calcoli materiali. La religione offre simboli, reti e giustificazioni. Lo Stato offre burocrazie, forze armate, bilancio e priorità di sicurezza. L’economia del petrolio collega decisioni locali e mercati globali. Le guerre civili creano opportunità di influenza, oltre a costi imprevisti. Quando questi elementi si combinano, la rivalità diventa duratura perché non dipende da un singolo conflitto.
Sarebbe fuorviante immaginare gli alleati regionali come pedine passive. Gruppi armati, partiti, fazioni locali e monarchie vicine hanno agende proprie. Iran e Arabia Saudita possono finanziare, persuadere, esercitare pressioni e fornire armi, senza controllare pienamente queste arene. Questo fatto spiega perché gli accordi bilaterali riducono la tensione senza produrre subito una pace regionale: la diplomazia apre canali, e la politica locale decide quanto quei canali riescano a cambiare.
L’accordo del 2023 va quindi letto come un meccanismo di gestione della rivalità. Facilita la comunicazione, riduce i costi del conflitto e segnala che le due capitali preferiscono evitare una guerra diretta. Allo stesso tempo, la competizione per influenza, deterrenza e legittimità rimane. La relazione sarà stabile solo se Riad e Teheran riusciranno a trasformare il dialogo in regole pratiche per la sicurezza marittima, la non ingerenza, il contenimento degli alleati armati e l’accomodamento nei Paesi fragilizzati. Senza questo passaggio, la normalizzazione resterà utile e limitata: un freno diplomatico in una rivalità che continua a strutturare gran parte della politica regionale.