DiploWiki

Cooperazione Sud-Sud: significato, principi ed esempi

Fotografia in bianco e nero dell’apertura della Conferenza di Bandung nel 1955, con delegati afro-asiatici seduti a lunghe tavole allineate nell’auditorium, microfoni e documenti davanti alle delegazioni e una galleria superiore affollata sullo sfondo.

Delegati all’apertura della Conferenza di Bandung, nel 1955. Immagine del Ministero degli Affari Esteri dell’Indonesia, di pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

La cooperazione Sud-Sud è la cooperazione tra paesi in via di sviluppo per ampliare capacità, scambiare conoscenze, coordinare posizioni politiche e affrontare problemi comuni. L’espressione copre due piani che si incrociano. Sul piano tecnico, appare in missioni di formazione e nell’adattamento di politiche pubbliche. Sul piano diplomatico, sostiene coalizioni a geometria variabile, dall’IBSA ai BRICS. Il punto centrale è trasformare esperienze di sviluppo, vulnerabilità esterna e inserimento periferico in strumenti di azione collettiva.

In senso stretto, la cooperazione Sud-Sud indica spesso la cooperazione tecnica per lo sviluppo. Specialisti pubblici scambiano metodi, istituzioni adattano programmi e governi trasformano esperienze nazionali in soluzioni trasferibili. In senso ampio, include la concertazione politica tra Stati del Sud globale. La stessa espressione collega una pratica operativa di sviluppo a un linguaggio diplomatico di autonomia, solidarietà e riforma dell’ordine internazionale.

Sintesi

  • La cooperazione Sud-Sud è la cooperazione tra paesi in via di sviluppo, orientata da sovranità, appropriazione nazionale, uguaglianza, non condizionalità, non intervento e beneficio reciproco.
  • La Conferenza di Bandung, la decolonizzazione e l’azione del Sud all’ONU diedero una base politica all’idea, mentre il Piano d’azione di Buenos Aires del 1978 istituzionalizzò la cooperazione tecnica tra paesi in via di sviluppo.
  • Il sistema delle Nazioni Unite, soprattutto l’UNDP e l’Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud, contribuì a trasformare la cooperazione tecnica in un’agenda permanente.
  • Il documento finale di Nairobi del 2009 consolidò la definizione contemporanea e ribadì che la cooperazione Sud-Sud completa la cooperazione Nord-Sud.
  • Forum come IBSA, BRICS e il percorso finanziario del G20 mostrano che la cooperazione Sud-Sud può essere tecnica, economica e politica, anche se questi formati non sono identici.
  • Il principale dibattito oppone la difesa di principi propri del Sud alla pressione per inquadrare queste iniziative nelle metriche e negli obblighi dell’aiuto tradizionale dei paesi sviluppati.

Che cosa significa cooperazione Sud-Sud?

La definizione più utile parte da una distinzione semplice. L’aiuto estero tradizionale, soprattutto nella forma dell’Aiuto pubblico allo sviluppo, parte di solito dai paesi sviluppati verso i paesi in via di sviluppo ed è misurato con criteri stabiliti in organizzazioni come l’OCSE. La cooperazione Sud-Sud presenta la relazione in un altro modo: paesi che condividono sfide di sviluppo cercano soluzioni adattabili, con minore enfasi su una gerarchia formale tra donatore e ricevente. L’inquadramento politico della relazione conta quanto l’origine delle risorse.

Questa differenza convive con disuguaglianze interne allo stesso Sud globale. Le grandi economie emergenti hanno scala finanziaria, tecnologica e diplomatica molto maggiore rispetto a piccoli Stati insulari o paesi africani a basso reddito. Eppure il linguaggio Sud-Sud cerca di evitare l’immagine verticale dell’assistenza. Descrive la cooperazione come scambio tra partner, con apprendimento situato su entrambi i lati della relazione.

Nella pratica, questo scambio fa circolare capacità. Un paese può trasformare una politica agricola, sanitaria o educativa in formazione per un altro. Su un altro piano, i governi usano la cooperazione per coordinare voti e difendere riforme finanziarie internazionali. L’elemento comune è il tentativo di usare esperienze prodotte nel mondo in via di sviluppo come risorsa diplomatica e tecnica.

Origini: Bandung, ONU e sviluppo

Le radici politiche della cooperazione Sud-Sud si trovano nella decolonizzazione successiva alla Seconda guerra mondiale. La Conferenza afro-asiatica di Bandung, tenuta in Indonesia nel 1955, riunì paesi appena indipendenti o ancora in lotta contro il colonialismo. La conferenza diede linguaggio politico a un’idea duratura: i paesi dell’Asia e dell’Africa potevano discutere sviluppo, sovranità e autonomia senza dipendere interamente dalle potenze coloniali o dai blocchi della Guerra fredda.

Questo contesto trasformò l’ONU. Con più paesi in via di sviluppo nell’Assemblea generale, l’agenda economica non ruotò più soltanto attorno ad aiuto e sicurezza. Commercio, industrializzazione, finanziamento e sovranità produttiva iniziarono ad apparire come dimensioni dello stesso problema. La nozione di “assistenza tecnica” sembrò inadeguata a molti governi del Sud, perché suggeriva una relazione diseguale tra chi sa e chi riceve. Nel 1959, l’Assemblea generale preferì l’espressione “cooperazione tecnica”, sottolineando interessi e benefici reciproci.

Negli anni Settanta, l’agenda avanzò. L’Assemblea generale creò un gruppo di lavoro sulla cooperazione tecnica tra paesi in via di sviluppo e adottò risoluzioni che chiedevano al sistema delle Nazioni Unite di sostenere questo tipo di scambio. L’UNDP divenne una piattaforma operativa ricorrente collegando governi, risorse tecniche e progetti di sviluppo senza trasformare ogni iniziativa in aiuto bilaterale convenzionale. L’istituzionalizzazione cominciò quando la solidarietà politica della decolonizzazione fu tradotta in meccanismi tecnici di rafforzamento delle capacità e di attuazione.

Il Piano d’azione di Buenos Aires

Il principale punto di svolta fu la Conferenza delle Nazioni Unite sulla cooperazione tecnica tra paesi in via di sviluppo, tenuta a Buenos Aires nel 1978. Ne uscì il Piano d’azione di Buenos Aires, noto come PABA o BAPA. Il documento organizzò la cooperazione tecnica come un’agenda capace di operare su più scale. Progetti bilaterali, accordi regionali e iniziative interregionali entrarono in un repertorio comune di rafforzamento istituzionale e soluzione dei problemi di sviluppo.

Il PABA fu importante per due ragioni. Primo, affermò che la cooperazione tra paesi in via di sviluppo doveva rafforzare capacità nazionali e collettive, invece di funzionare come gesto diplomatico vuoto. Secondo, chiarì che la cooperazione Sud-Sud completava la cooperazione Nord-Sud. Il messaggio politico era preciso: i paesi del Sud volevano cooperare tra loro e rifiutavano che questa cooperazione diventasse un pretesto per ridurre le responsabilità dei paesi sviluppati in finanziamento e tecnologia.

Il piano fissò principi che restano centrali. Il linguaggio “orizzontale” combina sovranità, uguaglianza e rispetto delle priorità nazionali con adattamento ai bisogni locali. Il termine convive con asimmetrie materiali e definisce una regola di progettazione: il progetto deve evitare condizionalità politiche, imposizione di modelli pronti e gestione esterna delle priorità nazionali. L’orizzontalità è una norma di governance, non una fotografia perfetta del potere materiale dei partner.

Nairobi e i principi contemporanei

Nel 2009, la Conferenza di alto livello delle Nazioni Unite sulla cooperazione Sud-Sud, tenuta a Nairobi, aggiornò il vocabolario. Il documento finale definì la cooperazione Sud-Sud come uno sforzo comune dei popoli e dei paesi del Sud, fondato su esperienze condivise, obiettivi comuni e solidarietà. La definizione operativa spostò l’attenzione verso la circolazione delle capacità: conoscenze applicate, risorse istituzionali e coordinamento regionale dovevano servire obiettivi definiti dagli stessi partner.

I principi rafforzati a Nairobi formano la base del concetto attuale. Sovranità nazionale, appropriazione locale, indipendenza decisionale e beneficio reciproco sostengono la resistenza di molti paesi del Sud a metriche copiate dall’aiuto ufficiale tradizionale. La cooperazione Sud-Sud può e deve essere valutata con criteri sensibili alla domanda locale, allo scambio tecnico e all’assenza di condizionalità.

Nairobi consolidò anche la cooperazione triangolare. In questo formato, i paesi in via di sviluppo guidano il partenariato e ricevono sostegno da un paese sviluppato o da un’organizzazione multilaterale. L’arrangement amplia scala e risorse quando domanda, leadership e appropriazione restano agli attori del Sud.

BAPA+40 e Agenda 2030

Nel 2019, Buenos Aires ospitò la seconda Conferenza di alto livello delle Nazioni Unite sulla cooperazione Sud-Sud, nota come BAPA+40. L’incontro segnò il quarantesimo anniversario del Piano d’azione di Buenos Aires e collegò la cooperazione Sud-Sud all’Agenda 2030. Questo nesso rispondeva a un’esigenza pratica: gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dipendono da capacità pubbliche articolate con finanziamento, tecnologia e partenariati internazionali. Senza capacità statale e coordinamento regionale, l’Agenda 2030 diventa una lista di obiettivi senza mezzi di attuazione sufficienti.

Il dibattito del 2019 riprese tensioni antiche. Il G77 e la Cina difesero il mantenimento dei principi propri della cooperazione Sud-Sud. I paesi sviluppati cercarono di avvicinare questa cooperazione ai criteri dell’Aiuto pubblico allo sviluppo e dell’agenda sull’efficacia dell’aiuto. Il testo finale preservò l’identità specifica della cooperazione Sud-Sud e aprì spazio ad accordi più complessi, nei quali triangolazione, organizzazioni regionali, sostenibilità del debito e sistema ONU funzionano come mezzi di attuazione.

Questo aggiornamento mantenne ambiguità. L’Agenda 2030 valorizza i partenariati, e i progetti attuali riuniscono attori pubblici, finanziari, imprenditoriali e multilaterali con incentivi diversi. La sfida contemporanea è preservare appropriazione nazionale e beneficio reciproco in accordi sempre più ibridi, nei quali risorse private e multilaterali entrano in iniziative presentate come Sud-Sud.

Il Brasile e i parametri della cooperazione Sud-Sud

Il Brasile presenta spesso la propria cooperazione Sud-Sud come orizzontale, guidata dalla domanda e non condizionata. Nella pratica diplomatica brasiliana, il punto decisivo è la domanda del paese partner. Da questa domanda, il progetto deve essere adattato al contesto locale, avere governance congiunta ed evitare di vendere pacchetti commerciali come se fossero cooperazione pubblica. L’Agenzia brasiliana di cooperazione agisce come articolatrice, mentre organi settoriali e istituzioni tecniche offrono esperienza applicata.

Questa postura ha radici politiche. Durante i governi Lula, la cooperazione con Africa, America Latina e paesi lusofoni acquistò rilievo come parte di una politica estera orientata alla diversificazione dei partenariati e alla valorizzazione del Sud globale. Progetti agricoli, politiche contro la fame, salute pubblica e formazione tecnica furono presentati come esempi di trasferimento di esperienze brasiliane, non come imposizione di modelli universali.

Il Brasile difese parametri propri nei dibattiti sull’efficacia dell’aiuto. La Dichiarazione di Parigi, l’Agenda d’azione di Accra e il Partenariato di Busan, legati all’agenda OCSE per una cooperazione allo sviluppo efficace, cercavano di migliorare il coordinamento tra finanziatori, governi partner e risultati misurabili. Per paesi come il Brasile, questi forum nacquero da una logica centrata sui donatori tradizionali. La diplomazia brasiliana accettò il dialogo con l’agenda dell’efficacia e resistette alla trasformazione della cooperazione Sud-Sud in semplice sottocategoria dell’aiuto Nord-Sud.

Esempi: IBSA, BRICS, Cina e cooperazione tecnica

L’IBSA è un esempio chiaro di sovrapposizione tra concertazione politica e cooperazione per lo sviluppo. Creato da India, Brasile e Sudafrica, il forum combina coordinamento su temi multilaterali, cooperazione trilaterale tra i tre membri e progetti rivolti ad altri paesi in via di sviluppo. Il Fondo IBSA per la lotta alla povertà e alla fame, amministrato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud, finanzia progetti sociali definiti dalla domanda locale e senza condizionalità tradizionali. Il forum mostra come una coalizione diplomatica possa generare strumenti concreti di cooperazione tecnica.

I BRICS mostrano un’altra dimensione. Il gruppo funziona come piattaforma politico-diplomatica di economie emergenti che cercano più voce nella governance globale, nella finanza, nel commercio e nella tecnologia. La Nuova Banca di Sviluppo, creata dai BRICS, esprime il tentativo di ampliare le opzioni di finanziamento per infrastrutture e sviluppo sostenibile. I BRICS rappresentano una forma specifica di coordinamento Sud-Sud: potente, istituzionalizzata in alcuni punti e attraversata dagli interessi nazionali propri dei membri.

La Cina ha ampliato enormemente il peso materiale della cooperazione Sud-Sud. I suoi progetti di infrastruttura, finanziamento, commercio e formazione danno scala al tema e generano dibattito. Per alcuni paesi, la Cina offre alternative a banche e donatori tradizionali. Per altri, l’impegno cinese solleva rischi di dipendenza finanziaria, asimmetria contrattuale e influenza politica. L’espansione cinese mostra che l’etichetta “Sud-Sud” deve essere valutata attraverso il disegno del progetto, le condizioni finanziarie e il margine decisionale del partner.

Differenze rispetto all’aiuto Nord-Sud

La differenza tra cooperazione Sud-Sud e aiuto Nord-Sud non sta soltanto in chi partecipa. Sta nell’inquadramento politico. L’aiuto Nord-Sud enfatizza di solito il trasferimento di risorse finanziarie da donatori ricchi a paesi in via di sviluppo, con metriche di volume, trasparenza e risultati. La cooperazione Sud-Sud enfatizza condivisione di esperienze, capacità tecniche, soluzioni adattate e solidarietà tra paesi che affrontano problemi simili.

Questi confini sono mobili. I paesi del Sud possono finanziare grandi progetti, offrire credito, esportare imprese e cercare influenza. I paesi sviluppati possono sostenere progetti utili senza condizionalità abusive. La distinzione funziona meglio come tipo ideale che come etichetta morale. La valutazione decisiva chiede chi definisce la domanda, chi controlla l’attuazione, quali condizioni accompagnano le risorse e se il progetto rafforza capacità locali.

Questa domanda è particolarmente importante nella cooperazione triangolare. Quando un’agenzia europea o multilaterale finanzia un progetto guidato dal Brasile, dall’India o dal Sudafrica in un terzo paese, l’accordo può combinare risorse del Nord con esperienza del Sud. Si avvicina alla logica Sud-Sud quando il paese beneficiario ha voce reale, il partner del Sud agisce come coprotagonista e il disegno evita condizionalità esterne.

Dibattiti e limiti

La cooperazione Sud-Sud ha forza per le alternative simboliche e pratiche che offre. Permette ai paesi in via di sviluppo di apprendere da politiche applicate in contesti di restrizione fiscale, disuguaglianza sociale e capacità statale incompleta. Questo repertorio amplia il margine diplomatico: un paese con più partner tecnici e politici negozia meglio con il Nord, le banche multilaterali e le imprese transnazionali.

Allo stesso tempo, esistono limiti. La solidarietà non elimina gli interessi nazionali. I governi usano la cooperazione per aprire mercati, acquisire prestigio, disputare leadership regionale, sostenere imprese nazionali o formare coalizioni nei voti internazionali. Questo non rende falsa la cooperazione; rende necessaria un’analisi meno romantica. La cooperazione Sud-Sud è insieme strumento di solidarietà, politica estera e sviluppo nazionale.

La misurazione è un altro limite. Molti paesi del Sud registrano i propri progetti per ore tecniche, borse, formazione, cancellazione del debito, finanziamento pubblico o missioni istituzionali, invece di usare la contabilità dell’Aiuto pubblico allo sviluppo. Questo rende difficile il confronto con l’aiuto tradizionale. La soluzione è migliorare la trasparenza senza cancellare la differenza concettuale tra partenariato orizzontale e relazione donatore-ricevente.

Significato attuale

Oggi la cooperazione Sud-Sud appare dove lo sviluppo dipende da capacità pubblica e adattamento tecnico. Ciò vale per l’attuazione degli SDG, per politiche sanitarie e agricole, transizione energetica, infrastruttura digitale, debito e governance tecnologica. La sua dimensione politica appare nelle dispute sulla rappresentanza: i paesi del Sud chiedono più voce nel Consiglio di Sicurezza, nel FMI, nella Banca Mondiale, nell’OMC e nei forum climatici. Cooperazione tecnica e riforma dell’ordine internazionale restano connesse perché capacità nazionale e voce istituzionale si rafforzano a vicenda.

Il concetto va usato con precisione. Non ogni progetto tra paesi in via di sviluppo è automaticamente benefico, e non ogni cooperazione con paesi sviluppati è incompatibile con l’autonomia. Eppure la cooperazione Sud-Sud nomina un cambiamento storico importante: paesi un tempo trattati come destinatari passivi hanno iniziato a offrire conoscenze, finanziamenti, coalizioni e modelli propri. Il suo significato diplomatico sta nel trasformare l’esperienza periferica in capacità collettiva d’azione.

In sintesi, la cooperazione Sud-Sud è più che aiuto tra paesi poveri. È un campo di pratiche tecniche, un linguaggio politico e una strategia di autonomia. La sua promessa sta nel beneficio reciproco e nell’adattamento locale. Il suo rischio sta nella disuguaglianza che può esistere all’interno dello stesso Sud. Comprendere entrambi i lati è essenziale per valutare esempi, principi ed effetti reali sullo sviluppo.

Commenti